Sirene

Sirene


Oggi è estate. Anzi veramente è cominciata, ufficialmente, ieri. Ma ieri era stranamente freddo, burrascoso: un tempo settembrino.
Vorrei raccontare storie gentili,oggi. Storie saline e solari, storie di salicornie e conchiglie di madreperla. Storie di gabbiani, stridenti di ebbra felicità. Storie di sirene dalle squame rilucenti e sguardi d’oceano profondo.
Ma lo sguardo che ho davanti è quello di una sirena ferita a morte, in un paese lontano. E che da lontano manda mute grida disperate, manda la richiesta di verità e giustizia. E’ lo sguardo di una ragazza iraniana di 16 anni, scesa in piazza a dire: vorrei un po’ di verità e trasparenza nel mio Paese.
E poi gli sguardi, un po’ vacui, di ragazze del nostro Paese, ferite da ideali piccini, da progetti di vita meschini – veline, meteorine, letterine – la cui aspirazione è fare immagine, mostrare il corpo (a uno, a molti), spegnere cervello e dignità. E gli sguardi, osceni e rapaci, di uomini potenti che giocano ad achiapparella: farfalle luccicanti a nascondere le pieghe crudeli di una vecchiaia laida, che non è operosa senectude, ma sordida senescenza, ebbra di potere.

E vorrei prendere le mie figlie e portarle lontano, in un luogo dove ci sia il rispetto per la dignità, l’amore per il sapere, il garbo gentile della cultura, il sorriso dell’eleganza, il piacere della verità, l’equilibrio stabile della legalità.
Poi capisco che questo luogo lontano è il mio Paese, che è qui che io devo cercare. Che gli occhi aperti di Neda, sirena iraniana scivolata, con la sua coda argentea, per le strade di Teheran, mentre chiedeva ” Dove è il mio voto?”, accanto al padre sgomento, quegli occhi devono essere una luce guida.
L’immagine da appendere nella camera dei nostri figli, delle nostre figlie, accanto alle scarpette di danza, accanto al Che e ai biglietti del cinema, alla linguetta della bibita estiva, alla chitarra appoggiata alla parete.
Basta lasciare i nostri ragazzi per ore soli di fronte a spettacoli oscenamente avvilenti e degradanti: tronisti, veline, spogliarellisti quotidiani del rispetto di sé!
Non posso parlare di conchiglie e salicornie, oggi.
Non posso dire, questo cibo è così.
Vado a stringere tra le braccia le mie figlie, forte.
E cerco di portarle lontano, oggi. Qui. A imparare che un mondo diverso è possibile. Bisogna lavorare per costruirlo.

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